Panorama dal Colle dell'Infinito
Panorama dal Colle dell’Infinito

Edito per la prima volta nel dicembre del 1825 nella rivista «Il Nuovo Ricoglitore» di Antonio Fortunato Stella, L’Infinito venne composto da Giacomo Leopardi nel 1819, l’annus horribilis del riacutizzarsi, fin quasi alla cecità, della “flussione” agli occhi, eppure contemporaneamente mirabilis per il tenore delle esperienze vissute.

Costretto nei confini di Recanati e consapevole delle numerose possibilità offerte a giovani di altre città, dotati anche di talento molto minore, Leopardi concepì nel 1819 uno spiccato desiderio di evasione dall’opprimente controllo familiare e contattò Saverio Broglio d’Ajano, funzionario al Tribunale di Macerata, per ottenere i documenti necessari all’allontanamento dallo Stato Pontificio. Nel frattempo, redasse anche due splendide lettere, indirizzandone una al padre e una al fratello, per spiegare loro compiutamente le ragioni del gesto che avrebbe voluto mettere in atto. Avrebbe voluto, giacché Monaldo scoprì in anticipo i dettagli del progetto e, fattosi spedire il passaporto da Macerata, sventò di fatto ogni reale possibilità di fuga.

Il Colle dell'Infinito
Il Colle dell’Infinito​

D’altronde, proprio nel 1819 Giacomo visse anche la sua conversione filosofica, che lo portò non solo a scoprire la vanità del reale, e cioè che «tutto è nulla, solido nulla» (Zibaldone 85, 19 dicembre 1819-7 gennaio 1820), ma anche a leggere la realtà dietro la natura e l’apparente bellezza del mondo: solo le illusioni e l’immaginazione possono offrire agli esseri umani un momento e uno strumento di evasione, perché, partendo dal reale, permettono di creare alternative nella mente, originate proprio dai limiti ‘visivi’ della natura:

«L’an​ima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario» (Zibaldone 171, 12-23 luglio 1820).

Nascono su queste basi i 15 endecasillabi sciolti de L’Infinito, con la loro musicalità e la loro capacità evocativa, parte stessa del concetto che essi cercano di trasmettere e che trae forza dall’inventività poetica: l’infinito esistente solo nel pensiero, eppure capace di armonizzare il presente con l’eternità, in un attraversamento spazio-temporale in cui è dolce perdersi e naufragare.